“Il fatto che oggi si decida di aprire una commissione di inchiesta, vuol dire che le risposte giudiziarie non hanno convinto neppure la politica”. Così Luchino Chessa commenta la notizia che al Senato si ricomincerà a scavare nelle carte dell’incidente Moby Prince che il 10 aprile 1991 vide un traghetto di linea, comandato da suo padre, scontrarsi contro la petroliera Agip Abruzzo all’uscita dal Porto di Livorno.

A 25 anni di distanza sono ancora molti i punti oscuri che circondano la vicenda che vide la morte dei 140 passeggeri del Moby Prince diretto ad Olbia. “I familiari delle vittime – che da quella sera non smettono di chiedere la verità – daranno la massima collaborazione alla commissione, ma saranno anche vigili sul suo operato” assicura Chessa che vede nell’iniziativa parlamentare l’ultima occasione per fare chiarezza sulla morte dei suoi genitori.

Quello che è considerato il più grande incidente marittimo civile si è trasformato con il tempo in uno dei tanti misteri italiani. Sono ancora troppi i punti irrisolti dello scontro e del ritardo dei soccorsi che si sono concentrati sulla petroliera, abbandonando i passeggeri del traghetto al proprio destino. C’è stato, persino, chi ha provato a scaricare tutte le responsabilità su una partita di calcio. In effetti, un video amatoriale registrato in uno dei saloni della Moby mostra che per molti le attenzioni, poco prima dello scontro, erano dedicate alla partita, ma il Comandante Chessa come spiegò poi l’unico sopravvissuto era saldo alla sua postazione. “Ci si è accontentati di dire che è stato un errore umano del comandante, ma nessuno spiega come mai a risarcire i familiari dei passeggeri sia stata la compagnia assicurativa dell’Agip. In genere non è il danneggiato che rimborsa, ma viceversa” ci tiene a precisare Chessa per mostrare quante cose non tornino nei racconti ufficiali. E anche l’allora Presidente della Repubblica, Giuseppe Cossiga, due giorni dopo lo scontro si premunì di dire pubblicamente che “la verità non sarà mai una verità appagante per nessuno e la giustizia non sarà mai appagante”. Frasi che per molti sono suonate come un chiaro avvertimento.

Forse perché quella sera nella darsena del porto c’erano movimenti strani ed ogni attore presente aveva interesse a non accendere troppo la luce su quello che stava accadendo a Livorno. Il 10 aprile 1991 era l’ultimo giorno dello stato di emergenza militare nel Mediterraneo determinato dalla guerra del Golfo e nel porto di Livorno erano presenti delle navi americane, che a testimonianza di molti, stavano trasbordando armi probabilmente destinate alla vicina base di Camp Derby.

E poi c’era lei: la nebbia. La vera protagonista di questa vicenda. A lei vengono addossate le colpe dell’incidente e persino della scarsa attenzione del Comandante Chessa. Ma sono molte le circostanze che fanno ritenere ai famigliari che quella sera non ci fosse alcuna foschia all’uscita dal porto di Livorno e che quindi la verità sia da cercarsi da qualche altra parte.

D’altronde è lo stesso marconista dell’Agip Abruzzo che nelle richieste di soccorso smentisce le ricostruzioni affermando “Livorno ci vede” e i video amatoriali registrati dalla banchina mostrano chiaramente una nave a largo in preda alle fiamme.

“La vicenda della Moby Prince lascia aperto un tema legato alla sicurezza e sulla modalità di attivazione dei soccorsi. Io credo che dovremmo concentrarci sul perchè 140 persone sono state lasciate morire. Abbandonate alla deriva senza nessun soccorso, nonostante fossero a poca distanza dalla banchina” questa è la domanda che rimbomba nella testa di Luciano Uras, senatore di Sel che ha fortemente voluto questa commissione.

“Credo valga la pena provare ad andare a fondo alla verità. Sicuramente ci sono degli elementi che nel corso delle indagini non sono stati vagliati attentamente e credo che come commissione di inchiesta dovremmo ripartire proprio da lì” spiega invece il Presidente Barchisio Lai del Pd con un accento sardo che svela come questo sia una vicenda che vede idealmente abbracciate la Toscana e la Sardegna.

La Commissione d’inchiesta rappresenta per i familiari l’ultima occasione per fare luce sulla vicenda e un esercizio di memoria affinché l’incidente della Moby Prince non rimanga ostaggio per sempre nel porto delle nebbie dell’oblio.

Fonte: l’Espresso.

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Sono nato nel 1988 nella provincia di Torino. Appassionato di navi fin dai primi anni di vita, dal 2009 ho deciso di condividere con il popolo del web il mio interesse, costruendo giorno dopo giorno un sito che possa essere utile a chi decide di navigare, per vacanza, per lavoro o per passione. Mi sono occupato per molti anni della creazione di contenuti multimediali (video, web e grafica). Oggi lavoro nel turismo.